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il teatro di Belli


Giuseppe Gioachino Belli, “Colto e rispettabile pubblico”. Opere e traduzioni teatrali 
a cura di Laura Biancini

 in collaborazione con il Centro Studi G. G. Belli

Negli anni della vita di Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) il teatro era uno spazio fondamentale per la vita della città. Frequentati da ogni ceto sociale, gli spettacoli teatrali costituivano un momento di sosta dalle incombenze quotidiane e ben si inserivano in un contesto dove le scenografie delle cerimonie pubbliche religiose (tra cui quelle grandiose della settimana santa) e laiche (su tutte il carnevale) segnavano il calendario della vita di ognuno, e dove perfino un’esecuzione capitale era occasione di spettacolo. Il teatro insomma, in tutte le manifestazioni allora dominanti (melodramma e spettacoli dei burattini su tutti, ma anche commedie in prosa e spettacoli circensi) godeva di una popolarità costante, ed era frequentato da un pubblico di solito indisciplinato, come ci testimoniano le memorie e le cronache di quegli anni. Aveva dunque bisogno di un particolare controllo da parte dell’autorità pubblica, che nella Roma di quegli anni era al tempo stesso civile e religiosa, e dunque testi e contesti degli spettacoli erano sottoposti a una censura rigida e occhiuta, attenta a contenuti e forme delle rappresentazioni, nonché al comportamento del pubblico. Roma non era una piazza importante per il teatro e, se è vero che generalmente gli spettacoli non raggiungevano la qualità di altre piazze italiane, è anche vero che le compagnie la inserivano ovviamente nelle loro tournées e che comunque in quegli anni vi avvennero anche prime di opere fondamentali, come Il barbiere di Siviglia e La cenerentola di Rossini, e I due Foscari di Verdi. Nella vita e nella cultura di Belli il teatro rappresenta una costante fondamentale: assiduo frequentatore del Valle e dell’Argentina, amico di grandi dello spettacolo (Jacopo Ferretti, Gaetano Donizetti, Francesco Maria Piave e Amalia Bettini), autore di testi teatrali (tre commedie “ridotte” dal francese, vari scritti che possono davvero essere ritenuti copioni, come Il ciarlatano), estensore perfino di alcune censure. I sonetti in romanesco di Belli dedicati al mondo teatrale sono  un centinaio e rappresentano il teatro in tutte le sue manifestazioni: gli spazi (tutti i teatri vengono citati e raffigurati, tra cui «quella puttana dell’Argentinaccia», e “la” Valle, dove c’è «la meladramma e ’r seme-serio»); gli spazi e gli oggetti di scena (l’entróne, er zoffione, la loggia, la piccionara, er telone, ecc.); gli attori e le attrici; le ballerine («Che angeli che ssò! cche pputtanelle!/ oh bbenemío che bbrodo de pollanche!»); gli inservienti (i chiavettari, i lampionari, le maschere); gli impresari (Giovanni Paterni, Vincenzo Jacovacci, Nicola Vedova); i cantanti (Giovanni David, ormai svociato ma sempre esoso) e le cantanti («la Ssciuzzeri», «la Ronza» e «la Grisa», e cioè Amalia Schutz Oldösi, Giuseppina Ronzi e Giuditta Grisi); le opere (tra cui Anna Bolena, che diventa una surreale «Anna Balena», e La Lucia di Lammermoor, un’aria di rondò della quale un protagonista di un sonetto dice che se «n’annava cantanno cantanno» tra i vicoli di Roma); gli avvisi (i bullettoni); le forme di divismo che cominciavano a manifestarsi; i prezzi del biglietto; i compensi talvolta esorbitanti che cantanti e attori percepivano. E soprattutto gli spettatori: i Romani rumorosi e litigiosi, che magari volevano un posto adatto al loro robusto posteriore; i vecchi, nostalgici degli spettacoli del loro buon tempo che fu; lo spettatore squattrinato che paga una cifra modesta per poter sbirciare attraverso le fessure del Tordinona e così vedere almeno «’na fetta de commedia»; le grandi dame in décolleté e i loro cornuti mariti; e la meravigliosa bambina che per la prima volta si incanta alla magia della scena e del sipario che si apre…

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il teatro Valle in un bozzetto di Giuseppe Valadier

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