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CHIAPPINI Filippo - Vocabolario romanesco

CHIAPPINI Filippo - Vocabolario romanesco

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Filippo Chiappini nacque nel 1836 nel cuore della vecchia Roma, dove il padre, definito il “Cicerone dei barbieri”, si dilettava a scrivere epigrammi e pasquinate, sfidando talora la censura pontificia. Laureatosi in medicina, esercitò la professione per alcuni anni fino a quando, nel 1873, ottenne la cattedra di Fisica e Igiene presso la scuola superiore E. Fuà Fusinato (primo istituto superiore femminile laico della capitale), che tenne per trent’anni, coltivando nel frattempo numerosi altri interessi: scriveva poesie in lingua, in dialetto e in latino (da lui chiamati scherzosamente Crimina – in luogo di Carmina – latina), cimentandosi in sonetti, sestine, stornelli, poemetti satirici e apologhi, che rimasero però inediti. In dialetto romanesco scrisse più di duecento sonetti, pubblicati postumi dal nipote Luigi nel 1927. Si occupò attivamente anche di teatro, raccogliendo notizie e aneddoti sul burattinaio romano Gaetano Santangelo, che confluirono nella Storia di Gaetanaccio, da cui prese spunto Augusto Jandolo per il soggetto che fece parte del repertorio di Petrolini; insieme alla biografia di un altro teatrante romano, Luigi Rondanini, sono gli unici testi che Chiappini accettò di pubblicare in vita. La sua attività di romanista gli valse l'amicizia con il giovane Trilussa e la fiducia di Luigi Morandi, che si servì del suo "preziosissimo aiuto", nell’ambito di un denso carteggio, mentre andava preparando la prima edizione integrale dei Sonetti del Belli. Filippo Chiappini morì nel 1905 a Roma, dove fu sepolto (tomba o solo iscrizione marmorea?) nella Basilica di Sant’Eustachio.

La fama dell’autore è legata al suo Vocabolario romanesco, o meglio alle oltre 5200 schede (oggi conservate nella Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele” di Roma) che egli venne raccogliendo e annotando nel trentennio che va dal 1870 al 1900. Esse costituiscono un’importantissima testimonianza lessicografica del dialetto di Roma, soprattutto perché nel periodo in questione la città subì profondi e decisivi cambiamenti a causa della sua elezione a capitale nazionale sia nel tessuto demografico (in questo arco di tempo gli abitanti capitolini raddoppiarono, per il consistente afflusso di immigrati per lo più originari dell’Italia centro-meridionale), sia nelle strutture socio-economiche, sia, come necessaria conseguenza, sul piano dialettale: ad esempio, è proprio in epoca postunitaria che si rafforza la tendenza alla perdita di intensità della /r/ intervocalica (come in tera, guera, Inghiltera), tratto che attualmente viene considerato come uno dei più caratteristici dell’uso romano.

Lo schedario di Chiappini rimase inedito fino a quando, nel corso del II Congresso nazionale di Studi Romani (1930), si decise di affidarne l’edizione a Bruno Migliorini, giovane ma già valente filologo. Il Vocabolario romanesco vide dunque la luce nel 1933, in pochi esemplari (circa trecento); in seguito, l’intolleranza fascista verso il dialetto impedì a lungo una ristampa dell’opera, che giunse solo nel 1945, arricchita da una serie di aggiunte e postille realizzate da Ulderico Rolandi. Nel 1967, infine, venne stampata dall’Istituto di Studi Romani la terza edizione, nettamente migliore delle precedente soprattutto dal punto di vista grafico.

 Le ragioni del valore del Vocabolario chiappiniano non si esauriscono però nella linguistica variazionale o nel rilievo dato alla provenienza del vocabolo. Il lettore curioso potrà infatti trovare nel corpo della voce, oltre alla spiegazione del lemma, numerose altre informazioni: la maggior parte sono di tipo etnografico e riportano leggende, tradizioni e costumi romaneschi, credenze e superstizioni, giochi e scherzi, notizie sulla religione, la legislazione, la moda e la gastronomia; vengono inoltre descritte maschere, narrati aneddoti, registrate canzoni, filastrocche, gridi di venditori, insulti e imprecazioni. Talvolta si ha addirittura l’impressione che il vocabolo non sia altro che un “titolo”, un pretesto per raccontare aspetti di vita romani: si guardi ad esempio la voce Concòrdia, ‘Pianta che nasce spontanea tra i canneti. La sua radice è divisa in cinque rami che rappresentano le dita di una mano aperta. Credono le comari che questa radice sia acconcia a formare un filtro amatorio: perciò chiamano concordia la pianta che la produce (...) L’effetto è sicurissimo’, ma si vedano anche i lemmi Ajo, Destinati, Estratta, Lenticchia, Pagnottèlla ecc.

Un’altra caratteristica che rende preziose le registrazioni lessicografiche di Chiappini è la ricchezza della fraseologia, spesso di tipo proverbiale o idiomatico, quasi a rivelare l’intento di rappresentare, oltre alla lingua, anche le riflessioni oramai consolidate, talora facete e argute, talora amare e pungenti, di una cittadinanza: si vedano Chi ss’impiccia more co’ la pelliccia (in Impicciare), À el male del Pisano / l’ossa rotte e el becco sano (in Male), Chi ccià la moje bella sempre canta – Chi ccià ppochi quatrini sempre conta (in Quatrino) o il buffo detto latino-romanesco Talis pagazio, talis lavorazio (in Pagazio).
Dall’analisi delle fonti dell’autore emerge che non furono tanto le opere poetiche o teatrali dialettali coeve a fornirgli ispirazione per la raccolta delle voci: infatti, meno del 5% delle schede presenta citazioni esplicite da tali materiali. Egli trasse invece molteplici spunti dalla vivace e variopinta vita cittadina, dalle piazze, dalle strade e dai cortili in cui popolani e popolane di Roma conducevano la loro esistenza. Questo appassionato interesse per le fonti orali, sia di carattere linguistico che socio-culturale, è testimoniato da una lettera ad un amico del 1871 in cui, parlando di “cinque donnicciuole, sue casigliane”, Chiappini affermò: “esse sono per me un libro aperto, ma che dico un libro? Esse sono una biblioteca, un’accademia, una università da cui attingo ogni giorno tesori inestimabili per i miei studi geniali. Non puoi immaginare le frasi, i proverbi, le storpiature, gli spropositi, i pregiudizi, le leggende di santi, di diavoli, di spiriti, e di streghe che scaturiscono continuamente dalle loro bocche”.

E forse è proprio da qui che deriva il fascino del Vocabolario romanesco di Chiappini, da queste sensazioni di vivace schiettezza e di briosa vividezza che ancora riesce a trasmettere-

                              


pp. 160 

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