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Giuseppe Paolo SAMONÀ


G. G. Belli, La commedia romana e la commedia celeste

La critica belliana ha sempre sottolineato, in un modo o nell'altro, le contraddizioni di Belli uomo e poeta. Lato sensu possiamo dire che il saggio di Giuseppe Paolo Samonà (uscì nel 1969, nella Biblioteca di cultura de La Nuova Italia) che riproponamo è appunto incentrato su questo argomento perché vi si cerca di indagare la poetica dei Sonetti avendo sempre presente quale peso determinante ebbero in essa i vari elementi, spesso in aperto conflitto fra loro, della psicologia e della creatività di Belli. Però, e in questo sta l'originalità e la novità dell'opera (che quando uscì fu, più che osteggiata, ignorata dalla "critica") , i conflitti di Belli sono qui visti come caratteri interni ai Sonetti e non come contrapposizione fra l'uomo, rigidamente cattolico e probo cittadino, e il poeta, interamente blasfemo e sconsacratore, per non dire «progressista». Questa tesi è asserita e argomentata nel corso di una lettura soprattutto di quei sonetti che riguardano il primum movens di ogni interiore lacerazione nell'animo e nella poesia del Belli: l'atteggiamento nei confronti dei problemi religiosi. Perché soltanto la ricostruzione e l'analisi della singolarissima meditazione metafisica belliana possono darci la qualità e la quantità del pessimismo del poeta romano, e un'idea concreta della sua particolarissima collocazione nel romanticismo italiano ed europeo. Perché questo pessimismo è sì quello di tanta parte del romanticismo allevato alla scuola della scoperta illuministica (e volterriana) della disarmonia dell'universo, ma ha anche un suo particolare asse, personale e caratteristico del poeta frustrato suddito dello stato pontificio, attorno al quale girare: la fede, se cosi vogliamo chiamarla, in un dio egoista e persino sadico, vera e propria proiezione di quel papa «che comanna e sse ne frega/ Ar monno, in purgatorio e in paradiso». Ed è così che nel saggio di Samonà è individuata in Belli, accanto alla «commedia romana», anche una «commedia celeste» dominata da una divinità oppressiva e prevaricatrice. Questo angolo visuale, nuovo nella critica belliana, non porta l'opera in questione a «settorializzarsi», ma al contrario a vedere il più profondo significato della poetica dei Sonetti nel suo complesso attraverso le interne lacerazioni dell'uomo e del poeta.

La riproposta del saggio è arricchita dalle accurate presentazioni di G.P. Samonà nei tre aspetti di uomo, studioso e belliano, a cura di David Meghnagi, Elena Ricci e Marcello Teodonio

Riportiamo le ultime righe del saggio di G.P. Samonà: scritte quasi 50 anni fa, esse sono - purtroppo - attualissime:

A questo proposito mi sembra opportuno che sia notata almeno una volta in margine a questo saggio la facilità con cui – anche a non considerare i «romanisti» – in Italia si sfornano, accanto alle disinvolte edizioni dei Sonetti, delle quali si è detto, articoli più o meno volanti, ma presuntuosi e impegnativi, su temi molto importanti riguardanti la poetica di Belli.
In breve: molti letterati, anche di fama, se solleticati dalla lettura di qualche sonetto, non esitano a mettere per iscritto quel che passa loro per la testa. Fare nomi e dare indicazioni vorrebbe dire doversi addentrare in una argomentazione che appesantirebbe inutilmente questo saggio: ciò che non vorrei fare.
Ho voluto solo indicare il fenomeno, per porre un interrogativo: costoro – che pure in genere dicono di valutare Belli nella sua statura di grande poeta – darebbero gli stessi giudizi improvvisati su problemi specifici riguardanti Leopardi, Foscolo o Manzoni? Alcuni forse sì; la maggior parte, no. E questo che cos’altro significa se non che la concezione di Belli come arguto poeta vernacolo è, nei fatti, dura a morire?